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Rome,8 mai 1620. Bellarmin � Antoine Cervini(r�ponse).
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Molto Ill.re signore cugino, Io non mi posso ricordare di tutte le cose di quella lettera, la quale non era anco tutta contra del signor Marcello. La sustanza era, che il signor Marcello si volesse intrigare troppo delle cose et persone di casa, come se fusse Mastro di casa. Io spero, che ritornando attenderà alli suoi studii, et negotii, et con tutti praticare amorevolmente volendo bene à tutti, et male à nessuno: et cosi da tutti sarà amato, et da nessuno odiato.<lb/>
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Quanto al caso, che lei racconta occorso con la signora Francesca, mi rimetto à lei, perche in queste cose io non ho che fare. Quanto all'entrata della casa di V.S. ho inteso diverse relationi: ma à me questo poco importa. La verità è, che io poco posso dare, perche dal Papa non posso sperar niente, havendo esso molte creature povere, et è ragione, che provegga più à loro, che à noi. Le mie entrate da un tempo in qua sono sminuite assai, prima perche il Papa volse in ogni modo che io stesse sempre in Roma: et per questo mi bisognò rinuntiare l'Arcivescovado, et perche io lo volsi renuntiare, come conveniva con lassare all'Arcivescovo la maggior parte dell'entrata, restai con poca entrata perdendo circa cinque milia scudi l'anno. Potevo fare altrimenti, ma non volsi guardare quello,che potevo, ma quello,che dovevo secondo la regula divina. Di poi ho hauto le disgratie del Priorato di Turino per conto delle guerre, si che mi è bisognato sminuir la famiglia, come lei havrà inteso.<lb/>
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Ma lei dirà, che queste cose non sono à proposito, perche lei non mi domanda delle mie entrate, ma de benefizi. A questo rispondo, che fin'hora ho dato à tutti li parenti pensioni tolte dal le mie entrate, et se vogliamo aspettare benefizii, ò pensioni sopra li benefizii d'altri, poco si può havere o ci va grande spesa
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Molto Ill.re signore cugino, Io non mi posso ricordare di tutte le cose di quella lettera, la quale non era anco tutta contra del signor Marcello. La sustanza era, che il signor Marcello si volesse intrigare troppo delle cose et persone di casa, come se fusse Mastro di casa. Io spero, che ritornando attenderà alli suoi studii, et negotii, et con tutti praticare amorevolmente volendo bene à tutti, et male à nessuno: et cosi da tutti sarà amato, et da nessuno odiato.
Quanto al caso, che lei racconta occorso con la signora Francesca, mi rimetto à lei, perche in queste cose io non ho che fare. Quanto all'entrata della casa di V.S. ho inteso diverse relationi: ma à me questo poco importa. La verità è, che io poco posso dare, perche dal Papa non posso sperar niente, havendo esso molte creature povere, et è ragione, che provegga più à loro, che à noi. Le mie entrate da un tempo in qua sono sminuite assai, prima perche il Papa volse in ogni modo che io stesse sempre in Roma: et per questo mi bisognò rinuntiare l'Arcivescovado, et perche io lo volsi renuntiare, come conveniva con lassare all'Arcivescovo la maggior parte dell'entrata, restai con poca entrata perdendo circa cinque milia scudi l'anno. Potevo fare altrimenti, ma non volsi guardare quello,che potevo, ma quello,che dovevo secondo la regula divina. Di poi ho hauto le disgratie del Priorato di Turino per conto delle guerre, si che mi è bisognato sminuir la famiglia, come lei havrà inteso.
Ma lei dirà, che queste cose non sono à proposito, perche lei non mi domanda delle mie entrate, ma de benefizi. A questo rispondo, che fin'hora ho dato à tutti li parenti pensioni tolte dal le mie entrate, et se vogliamo aspettare benefizii, ò pensioni sopra li benefizii d'altri, poco si può havere o ci va grande spesa
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