ARAD
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Il fascicolo è costituito da un'unica unità documentaria: lettera autografa nella firma e dattiloscritta nel corpo, di Zsolt Aradi a Roberto Leiber, datata Salisburgo (Hotel Österreichischer Hof) 13 aprile 1961, indirizzata a «P. Robert Leiber S.J., Collegio Germanico-Ungarico, Via San Nicolò da Tolentino 13, Roma». La lettera, di tono deferente ma apertamente critico, è una replica articolata all'articolo di Leiber «Pius XII. und die Juden in Rom 1943–1944» (apparso in «Stimmen der Zeit» 167, 1960/61, pp. 428–436), che il mittente dichiara di aver letto «con il più grande interesse» e di cui ha esaminato anche i testi citati. Premesso il proprio rispetto per Leiber e la consapevolezza del suo lungo servizio accanto al pontefice, Aradi sostiene che sarebbe forse stato meglio non scrivere quell'articolo e sviluppa la sua obiezione in quattro punti numerati. (1) Concede che, quanto al salvataggio degli ebrei di Roma, Leiber ha pienamente ragione, ma nega che il problema «Pio XII e gli ebrei» possa essere trattato dalla sola prospettiva romana «di fronte alle persecuzioni di massa e ai 4 o 6 milioni di morti»: poiché il vescovo di Roma è il papa, la sua responsabilità si estende a tutte le diocesi; e ricorda, contro l'idea che il rifiuto dello sterminio fosse ovvio per ogni vescovo, l'enciclica Mit brennender Sorge e la condanna dell'antisemitismo da parte del Sant'Uffizio (che data «al 1922 o 23» — recte 1928, decreto sugli Amici Israel). (2) Ritiene che Leiber sottovaluti «la portata morale di un atteggiamento irremovibile» (unerbittliche Haltung), nozione che riconduce a Léon Poliakov: distingue le «misure pratiche» di soccorso dall'assenza di una presa di posizione pubblica, progressiva e precoce, e commenta come «più rivelatore» il passo di Leiber a p. 432 sulla strumentalizzazione politica dei protesti pontifici, opponendovi che Pio XII seppe invece assumere un atteggiamento irremovibile nel dopoguerra contro le persecuzioni religiose dietro la «cortina di ferro» e con la scomunica dei comunisti. (3) Interpreta le espressioni di gratitudine ebraica citate da Leiber (organizzazioni, rabbini, una dichiarazione di Golda Meir) come psicologicamente comprensibili ma non probanti, distinguendo la riconoscenza del singolo dalla critica legittima dello storico, qual è Poliakov. (4) Dichiara di essere stato colpito «nel modo più grave» dalla nota a p. 435 dell'articolo, e svolge la tesi di una corresponsabilità cristiana di lungo periodo nell'«atmosfera» che rese possibile l'antisemitismo, evocando l'«ironia» di una difesa storica degli ebrei «come inferiori», il principio per cui «non esistono peccati collettivi né responsabilità collettiva», e una serie di casi (l'affaire Dreyfus, l'episcopato austriaco all'Anschluss, il voto del cardinale Serédi sulle leggi antiebraiche ungheresi secondo quanto asserito dal mittente, le prediche di padre Coughlin, le voci «Antisemitismo» dell'Enciclopedia Cattolica e dello Staatslexikon di Herder). In chiusura Aradi ribadisce di non voler giudicare, ricorda di aver vissuto a Roma durante la guerra e di non essere rientrato a Budapest dopo le proprie dimissioni nel maggio 1944 «nonostante l'ordine perentorio del governo nazista ungherese», dichiara la lettera «comunicazione personale» non destinata alla pubblicazione ma liberamente citabile da Leiber, e accenna al confronto, fattogli oralmente da Leiber, tra Cicerone e Pio XII.