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<p>AL COLLEGIO ROMANO IL 20 SETTEMBRE 1870: DALLA RELAZIONE DEL P. PIETRO RAGAZZINI S. I. | <p>AL COLLEGIO ROMANO IL 20 SETTEMBRE 1870: DALLA RELAZIONE DEL P. PIETRO RAGAZZINI S. I. | ||
Author(s): GIACOMO MARTINA Source: Archivum Historiae Pontificiae , 1970, Vol. 8 (1970), pp. 332-347 Published by: GBPress- Gregorian Biblical Press</p> | Author(s): GIACOMO MARTINA Source: Archivum Historiae Pontificiae , 1970, Vol. 8 (1970), pp. 332-347 Published by: GBPress- Gregorian Biblical Press</p> | ||
...Carta 3v <lb/> | ...Carta 3v <lb/> | ||
− | Mentre in questa maniera si dava compimento al corso scolastico, cominciava e cresceva di giorno in giorno negli animi di tutti l'aspettazione degli avvenimenti politici. Col cominciamento della guerra i Francesi si erano ritirati da Roma ed avevano abbandonato l'ultimo avanzo dello Stato Pontificio alle voglie del Governo di Firenze: e fu notato che la prima sconfitta de' Francesi cadde nel giorno appunto, in cui la bandiera di Francia fu tolta dalla fortezza di Civitavecchia. Ognuno ve deva che questo abbandono di Roma in tali circostanze era un tradi mento in favore della rivoluzione italiana: e di qui nacque tanto sdegno che le notizie delle vittorie prussiane erano accolte e gustate con una specie di entusiasmo; e la cosa durò in questo modo fino alla battaglia di Sedan e alla prigionia dell'Imperatore Napoleone, dopo la quale gli animi, appagati da quel gran colpo della vendetta, cominciarono a di stinguere con maggior calma la causa della povera Francia da quella del suo imperatore1. Partiti da Roma i Francesi, cominciarono gl'Italiani ad avvicinare le loro truppe ai confini dello Stato Pontificio, spargendo voce, che ciò facevasi per tutelarlo da qualsiasi invasione garibaldina, secondo le promesse fatte dall'Italia alla Francia, promesse che allora si riconoscevano e si affermavano colle massima asseveranza eziandio nelle Camere di Firenze, dove chiaramente si diceva che l'occupazione del territorio pontificio sarebbe una manifesta violazione dei diritti internazionali della | + | <p>Mentre in questa maniera si dava compimento al corso scolastico, cominciava e cresceva di giorno in giorno negli animi di tutti l'aspettazione degli avvenimenti politici. Col cominciamento della guerra i Francesi si erano ritirati da Roma ed avevano abbandonato l'ultimo avanzo dello Stato Pontificio alle voglie del Governo di Firenze: e fu notato che la prima sconfitta de' Francesi cadde nel giorno appunto, in cui la bandiera di Francia fu tolta dalla fortezza di Civitavecchia. Ognuno ve deva che questo abbandono di Roma in tali circostanze era un tradi mento in favore della rivoluzione italiana: e di qui nacque tanto sdegno che le notizie delle vittorie prussiane erano accolte e gustate con una specie di entusiasmo; e la cosa durò in questo modo fino alla battaglia di Sedan e alla prigionia dell'Imperatore Napoleone, dopo la quale gli animi, appagati da quel gran colpo della vendetta, cominciarono a di stinguere con maggior calma la causa della povera Francia da quella del suo imperatore1. Partiti da Roma i Francesi, cominciarono gl'Italiani ad avvicinare le loro truppe ai confini dello Stato Pontificio, spargendo voce, che ciò facevasi per tutelarlo da qualsiasi invasione garibaldina, secondo le promesse fatte dall'Italia alla Francia, promesse che allora si riconoscevano e si affermavano colle massima asseveranza eziandio nelle Camere di Firenze, dove chiaramente si diceva che l'occupazione del territorio pontificio sarebbe una manifesta violazione dei diritti internazionali della Cattolicità 2. Ma queste bugiarde parole di un Governo, a cui da gran tempo nessuno presta più fede, non ingannavano se non coloro, i quali hanno bisogno di creder sempre che non accadrà quel male, che non vorrebbero che accadesse. Costoro si lusingavano un poco e dicevano che sebbene al Governo di Firenze non si potesse dar fede, nondimeno in questo caso esso starebbe alle promesse non per sua buona volontà, ma per timore delle potenze europee.</p> |
− | < | + | La rivoluzione però, che manca sempre di senno, voleva venire avanti, ed incapace di ap prezzare le conseguenze, agognava a Roma e trascinava al mal passo il Governo; il quale risolutosi alla fine di appagarla, cominciò a fare sui confini, tali apparecchi di guerra, che la sua intenzione non poteva più restare occulia a nessuno. Cessando adunque la possibilità d'illudersi intorno alle intenzioni del governo fiorentino, cominciò la seconda illusione delle profezie, le quali si moltiplicavano di giorno in giorno e tutte asseveravano che a Roma non verrebbero; e siccome era chiaro che mezzi umani da impedirlo non vi erano, si aspettavano miracoli. <lb/>Non è facile a credere quanti non solo del volgo, ma eziandio delle classi più istrui te e più alte, entrassero in questa immaginaria sicurezza, e come chi per un modo e chi per un altro si persuadessero che non poteva avvenire diversamente. Altri si fidava di questa profezia, altri di quella; taluuno diceva di appoggiarsi sopra nessuna in particolare, ma che non po teva negar fede al complesso di tutte insieme; a questo faceva forza il sentimento universale dei buoni, a quello una parola che si riferiva detta dal Papa: uno argomentava che Iddio non fa mai le cose per metà, e però avendo miracolosamente difesa Roma fino allora, la difenderà altresì adesso; un altro diceva che in questo Papa tutto è straordinario, e che non era possibile che non si avesse a celebrare con tutta pompa il suo venticinquesimo anno. Ed erano tali e tanti quelli che così discorre vano, che per chi pensava diversamente era più savio consiglio il tacere che il ragionare in contrario. |
− | < | + | <p>Venendo ora alle cose nostre, hn da mezzo agosto io stimai necessario di provvedere il danaro nel caso di una pros sima dispersione, e cercai di formare un debito con ipoteca sopra la tenuta di Mompeo, venuta al Collegio Romano l'anno innanzi per l'eredità Sala3 : e fu ventura che si cominciasse la pratica così presto, perchè altrimenti vi era pericolo di non giungere a tempo. Tre cose menavano l'affare in lungo; primo il bisogno di chiedere ed ottenere la facoltà di creare quel debito, il quale peraltro era affatto inutile, anzi una spesa gittata al vento, a giudizio di tutti quelli che non volevano ammettere l'esistenza del pericolo; e per questo motivo si stimò bene di limitare la cifra del debito a cinquanta mila lire, per non incontrare dei ritardi e delle difficoltà intorno all'approvazione: secondo il tempo necessario a trovare chi volesse ad eque condizioni somministrare quella somma, nel che si ebbe a trattare con varii, e a spendere parecchi giorni: final mente fu d'uopo chiarire le difficoltà insorte intorno alla libertà del fondo, sul quale apparentemente gravavano altre ipoteche fondate generalmente sui beni di casa Sala. L'istrumento fu rogato il dì 13. settembre; sicché oggi appunto, che è il 13. marzo, scade il primo semestre di quel debito ed importa l'interesse di mille dugento cinquanta lire.</p> |
− | < | + | <p>Ma tornando ai primi giorni di settembre, quando le truppe italiane non avevano ancora valicato i confini, né si sapeva se li valicherebbero, varie cose si deliberavano in casa. L'una era se fossero da mandare gli scolastici in villa; e quanto a questo fu deciso che sì, perché non sarebbe difficile di richiamarli in caso di pericolo; ed era sempre certo per molti che questo pericolo non doveva venire. Andarono dunque tutti in diversi giorni, i filosofi a Campovecchio, i teologi a Galloro, e i Maestri a Tivoli nel casino del Convitto de' Nobili4 ; ma i primi vi stettero otto giorni, un poco meno i secondi, e non più di due ο tre giorni gli ultimi, richiamati tutti in fretta all'annunzio della cominciata invasione, e giunti quando già si facevano le barricate alle porte di Roma, cioè l'undici e il dodici di settembre. Un'altra cosa, intorno alla quale si era deliberato già più volte, erano le vesti secolari nel caso di una dispersione: e la difficoltà del risolversi stava principalmente nella spesa; perché trattandosi di una comunità di circa cento ottanta persone ognun vede che gli abiti, a ragione di cento lire l'uno, avrebbero portato la spesa di diciotto mila lire, e per quanto si volesse assottigliare, non però mai meno di dodici mila.</p> |
− | <lb/>Questa spesa sarebbe sembrata un vero scialaquamento a tutti quelli, pei quali il pericolo non esisteva; e probabilmente sarebbe poi stata giudicata allo stesso modo anche da molti altri, se in effetto il bisogno non fosse venuto, perché tutto dì vediamo che dopo gli eventi molti si scordano di quello che dicevano prima, e se ne scordano tanto che dicono l'opposto, e provano che doveva accader ciò che si vede accaduto con un'evidenza che non lascia alcun dubbio. Laonde nelle deliberazioni non si veniva mai ad una risoluzione efficace, anzi si andava sempre temporeggiando. Pure una sera chiamai il Fratel Sartore e gli entrai sopra ciò in discorso, dicendo che era oramai tempo provvedere. Sfortunatamente era anch'egli uno di quelli, che credevano che non entrerebbero per le stesse ragioni per cui lo credevano tanti altri più autorevoli di lui ; laonde tante me ne disse per rassicurarmi, che per quella volta non si fece altro che discorrerne e | + | <lb/>Questa spesa sarebbe sembrata un vero scialaquamento a tutti quelli, pei quali il pericolo non esisteva; e probabilmente sarebbe poi stata giudicata allo stesso modo anche da molti altri, se in effetto il bisogno non fosse venuto, perché tutto dì vediamo che dopo gli eventi molti si scordano di quello che dicevano prima, e se ne scordano tanto che dicono l'opposto, e provano che doveva accader ciò che si vede accaduto con un'evidenza che non lascia alcun dubbio. Laonde nelle deliberazioni non si veniva mai ad una risoluzione efficace, anzi si andava sempre temporeggiando. Pure una sera chiamai il Fratel Sartore e gli entrai sopra ciò in discorso, dicendo che era oramai tempo provvedere. Sfortunatamente era anch'egli uno di quelli, che credevano che non entrerebbero per le stesse ragioni per cui lo credevano tanti altri più autorevoli di lui ; laonde tante me ne disse per rassicurarmi, che per quella volta non si fece altro che discorrerne e conchiudere che era bene venirci pensando. |
<lb/>Ma alquanti giorni dopo essendo sopravvenuta non so quale cattiva notizia, io andai alla sartoria, e senza dar più ascolto alle buone notizie, ch'egli voleva contarmi, gl'ingiunsi di metter mano alla provvisione degli abiti subitamente, e così si cominciò a fare qualche cosa. Nei giorni 12. 13. e 14. di settembre fu fatto nella basilica di S. Pietro un divotissimo triduo alla SS. Vergine per implorare la grazia in quei giorni tanto desiderata; e v'intervenne tutti e tre i giorni il Papa e numerosissimo popolo con tanto sentimento di divozione, che molti si lagrimavano di tenerezza, e tutti tornavano a casa pieni di un pio entusiasmo: di qui so che se fosse stato per Io nostro meglio, è da creder che Iddio avrebbe esaudite tante e si fervorose preghiere; ma Egli aveva nella sua provvidenza altri disegni da compiere sopra Roma. <lb/> | <lb/>Ma alquanti giorni dopo essendo sopravvenuta non so quale cattiva notizia, io andai alla sartoria, e senza dar più ascolto alle buone notizie, ch'egli voleva contarmi, gl'ingiunsi di metter mano alla provvisione degli abiti subitamente, e così si cominciò a fare qualche cosa. Nei giorni 12. 13. e 14. di settembre fu fatto nella basilica di S. Pietro un divotissimo triduo alla SS. Vergine per implorare la grazia in quei giorni tanto desiderata; e v'intervenne tutti e tre i giorni il Papa e numerosissimo popolo con tanto sentimento di divozione, che molti si lagrimavano di tenerezza, e tutti tornavano a casa pieni di un pio entusiasmo: di qui so che se fosse stato per Io nostro meglio, è da creder che Iddio avrebbe esaudite tante e si fervorose preghiere; ma Egli aveva nella sua provvidenza altri disegni da compiere sopra Roma. <lb/> | ||
− | Il fatto sta che alcuni si commossero tanto a quel divoto spettacolo, che essendo rimasti fino allora sospesi fra la speranza e il timore, in quei giorni si piegarono alla parte di quelli, che credevano che non entrerebbero: ed uno di questi fu il nostro p. | + | Il fatto sta che alcuni si commossero tanto a quel divoto spettacolo, che essendo rimasti fino allora sospesi fra la speranza e il timore, in quei giorni si piegarono alla parte di quelli, che credevano che non entrerebbero: ed uno di questi fu il nostro p. Provinciale 6. Avvenne circa quei giorni l'arrivo a Roma del Conte Ponza di S. Martino, latore di una lettera del Re al Papa e dell'annunzio della prossima occupazione di Roma. Costui andò anche dal nostro p. Generale 7 pregandolo di far venire a Roma il C. Ponza suo fratello e rettore del convitto di Mondragone per vederlo prima di ripartire: e in quella conversazione disse, che in Roma sarebbero lasciati stare tutti gli ordini religiosi, compresi i gesuiti. La qual cosa può credersi che fosse vera secondo le intenzioni del governo fiorentino, sottintesavi però sempre una doppia limitazione, cioè purché si potesse sottenere [5tc] la furia della rivoluzione, e finché non venisse il tempo opportuno per cacciarli; stante che era loro interesse di serbare ordine e moderazione nella sciocca speranza di ingannare il mondo e di tirare il Pontefice a qualche trattativa di conciliazione. Intanto si erano raccolte in Roma le poche forze pontifìcie sparse nella provincia e ritiratesi di mano in mano che i nemici si venivano avanzando; e tutto l'atrio delle scuole fu domandato e con cesso per alloggio de' soldati. Alcuni padri colsero quell'occasione per far loro del bene e li confessarono quasi tutti. Posciaché le truppe nemiche si furono avvicinate a Roma da varie parti, noi stemmo qui segregati da tutto il mondo parecchi giorni senza nessuna notizia di ciò che avveniva fuori, perché non si avevano più né giornali né lettere; in Roma quei giorni tutto era aspettazione, incertezza, speranza, ordine e preghiera. |
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+ | <pb/>La mattina del dì 20 settembre alle ore cinque in punto, io fui sve gliato dalle cannonate, che allora incominciavano. Verso le sei venne un religioso a chiedere degli aiutanti per l'assistenza ai feriti: vi andarono molti scolastici, alcuni padri, ed alcuni fratelli, fra tutti forse una tren tina; ai quali si aggiunsero altri del noviziato. Dopo questa spedizione io andai a dire la messa nella cappella di S. Rosalia8 ; e tutti quella mattina celebrammo coll'accompagnamento delle cannonate. Durò il can noneggiamento fino alle dieci; nel qual tempo nulla avvenne di notabile. Chi pregava, chi stava in camera, chi andava in giro per casa ricercando notizie ; ma nemmeno il p. Franzelin 9 quella mattina aveva voglia di stu diare. Verso le otto però vidi il Perrone 10, che se ne andava verso la bi blioteca col suo mantello sul braccio e col cappello, in somma in accon cio di uscire di casa. Lo interrogai dove volesse andare; ed egli con molta tranquillità mi rispose, che essendo il martedì, era giorno di esami al Vicariato 11, e perciò si teneva pronto per andarci quando lo venissero a prendere. Ammirai la sua pace e regolarità; e ben sicuro che nessuno lo verrebbe a prendere quella mattina, lasciai che se ne andasse col suo mantello e cappello alla biblioteca ad attendere ivi fra i libri la chiamata. Poco dopo le dieci venne uno a recarmi la notizia che i pontificii avevano alzato la bandiera bianca; e di fatti il cannoneggiare era cessato. A quella nuova il buon p. Antonio Angelini 12, che era presente, impallidì e guar dandomi stupefatto disse: ''Ma come! non entrano...!'' Io risposi: ''Padre mio, purtroppo entrano''; e senza più mi mossi per recare la nuova al P. Provinciale. Nel passare davanti alla stanza del p. Ministro13, mi af facciai sulla porta, e vedendo ivi raccolti tre ο quattro insieme attorno al p. Ministro, dissi : I Pontificii hanno alzato la bandiera bianca ; e senza dir altro, andai via maravigliato di vedere che restarono in un certo atto di stupore, che non saprei bene dire quale; e lo intesi solo dopo, quando seppi che stavano allora leggendo una profezia e commentandola tra se conchiudevano appunto allora, che Roma non sarebbe presa. | ||
+ | <p>Lascio stare tutto ciò che appartiene alla storia publica, come fu patteggiata la resa, e come, mentre si patteggiava, una parte dell'esercito italiano ο secondo ο contro i patti entrò nella città, disarmò e fece prigionieri i soldati del Papa, occupò le loro caserme, fece ο lasciò fare dei zuavi e degli altri quello strazio, che le storie racconteranno14. Incominciò per Roma un parapiglia, uno schiamazzo, un baccano che faceva orrore. Non vi era governo, che tenesse in freno la plebaglia, perché l'antico era ces sato e il nuovo non era per anche incominciato. Laonde il popolaccio con armi in mano ο rubate ο trovate ove che sia, e con bandiere tri colori scorrazzava per le vie urlando e festeggiando mattamente, e dando addosso a qualche meschinello che fosse veramente ο si credesse un povero zuavo.</p> | ||
+ | <lb/>All'uscire del refettorio io fui chiamato ad udire le grida tumultuose che si venivano avvicinando nel corso, e feci porre la stanga alla porta rustica per sostenere, se fosse d'uopo, un primo impeto po polare: del resto non vi era da far altro che commettersi alla provvidenza di Dio. Io non sentii la paura, anzi ebbe sempre buona speranza che il Signore ci camperebbe da quegli orrori, che in tali casi si posson temere; e vidi parimente molti altri, che non ismarrivano [sic] punto: ma v'erano altresì di quelli che temevano, ο a cui quegli urli facevano veramente male. Erano già tornati in collegio parecchi di quelli che la mattina andarono ad assistere i combattenti per aver cura dei feriti, ma parecchi erano fuori ancora, né si sapeva che ne fosse. A poco a poco tornarono tutti, eccetto quattro; dai quali però verso sera ebbi un biglietto, con cui mi avvisavano di essersi riparati al collegio scozzese15 : ed io loro risposi che pregassero il Rettore di poter restare ivi la notte per non esporsi ai pericoli della strada, e così fecero. La mattina seguente poi tornarono a casa di buon'ora e senza molestia. | ||
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− | + | Uno ο due ore prima dell'avemaria 16 venne un battaglione di bersaglieri ad impadronirsi della caserma che era nell'atrio delle scuole, e a disarmare e far prigioni i pontifìcii, che ivi si erano ritirati e chiusi. V'ebbe in casa qualcuno che s'impaurì credendo che i pontifìcii volessero fare resistenza, e che perciò si verrebbe alla forza, e me ne fece parola perché m'interponessi e credessi di disconsigliarneli ; ma io noi credetti e non feci nulla, e di fatto la cosa andò bene, perché i pontificii aper sero il portone e si diedero prigionieri. Poco appresso fui chiamato alla porteria, dove un ufficiale con un picchetto di soldati mi attendeva. Dmi che voleva visitare le parti più alte della casa, e compresi che ciò era per sospetto di soldati nascosti. Lo condussi alla loggia dei teologi; ma ivi spiegandosi meglio mi fece intendere che voleva vedere quella parte che soprasta al cortile delle scuole, cioè il gabinetto fisico. Vi fu tosto condotto: e così la visita ebbe fine. Una simile perquisizione fu fatta nella casa del Gesù, ma in maniera più disgustosa; perché furono raccolti tutti i padri (eccetto il p. Generale) in un angolo del corridoio, ed ivi guardati finché si andò in giro visitando la casa. Avvenne che il p. Ministro, che non aveva udita la prima chiamata e nulla sapeva di ciò che avveniva in casa allora, uscì fuori della camera senza sospetto; ed ecco che i soldati vedendolo e credendolo forse un soldato travestito gli corsero addosso coll'arme alla mano, con grande paura di quel po vero padre; il quale per altro fattosi conoscere, fu condotto fra gli altri e non ebbe altro male. | |
− | + | <lb/>Noi al collegio avemmo un altro timore quella sera. Giunse un ordine, non so da chi, che si lasciasse aperta la chiesa, perché si volevano metter ivi a passare la notte i prigionieri di guerra. 10 dissi che facessero ogni opera per ottenere che ciò non seguisse, dolendomi indicibilmente che la chiesa dovesse essere volta in caserma ed insozzata; oltreché sarebbe stato un gravissimo incomodo per la celebra zione delle messe nel dì seguente. E in caso che non si potesse altra mente, proposi di dar loro piuttosto la Congregazione degli scolari 17. 11 fatto fu che i prigionieri non vennero e la chiesa fu salva. Così ebbe fine quella memorabile giornata. Ma qui per far comprendere quanto alte radici avesse messa in alcuni quella già ricordata speranza che non entrerebbero, aggiungerò un aneddoto appena credibile; ed è, che quella sera stessa dopo tutte le cose già narrate, venne da me verso l'ora di cena un buon padre, e dissemi ch'egli sperava ancora che non entrereb bero, e che erasi risvegliata in lui questa speranza leggendo testé nel Kempis un passo, che lo incuorava a non sconfidare. Io gli dissi: ''ma già sono dentro, e noi gli abbiamo in casa''. ''E' vero'', rispose; ''ma il grosso dell'esercito sta fuori ancora, e domani è il dì dell'ingresso: se dunque questo non avvenisse, non potrebb' egli dirsi tuttavia che non sono entrati? Ecco in che senso io spero ancora''. Frattanto venne l'ora della cena; ed io levandomi gli risposi: ''ebbene, domani vedremo''. Non si sa peva se i cittadini sarebbero forzati a porre i lumi alle fenestre18 ; ma si temeva; quindi ad evitare in caso di violenza un nuovo pericolo, io feci mettere in ordine un certo numero di lumi, da adoperare soltanto nel caso, che ciò divenisse necessario ad redimendam vexationem. Questo apparecchio di cui per altro non si fece alcun uso perché il bisogno non venne, dispiacque a qualcuno de' nostri, a cui sembrava ο un atto di viltà, ovvero un'illecita approvazione del fatto; ed io che scrivo una me moria e non un'apologia, noto qui fedelmente l'una et l'altra cosa, lasciandone il giudizio a chi legge; sebbene il mio parere è il medesimo di prima, cioè che così si doveva fare perché da un canto non è illecito nel caso di violenza il poire i lumi e riconoscere che ha la forza chi l'ha di fatto; e dall'altro non si deve esporre una numerosa comunità a pericoli, che non siano strettamente necessari, perché non tutti sono armati del medesimo coraggio, né tutti son vogliosi di eroici sacrifici. E per la stessa ragione io era allora, e sono anche adesso persuaso, che in siffatti rischi si deve con ogni facilità concedere, che si sottraggano dal pericolo tutti quelli, che hanno paura, perché il coraggio non si può né infondere né comandare, e molti in una stretta paurosa possono di leggieri patire ο nella sanità ο nell'animo tale scossa da divenire ο di corpo e di mente inabile ad ogni cosa per sempre. Anzi io lodo quelli, che vincono anche in ciò ogni umano rispetto, e dicono candidamente al superiore: io ho paura; come all'incontro biasimo quelli, che rendono più difficile una tal confessione col burlarla. | |
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− | Uno ο due ore prima dell' | ||
− | <lb/>Noi al collegio avemmo un altro timore quella sera. Giunse un ordine, non so da chi, che si lasciasse aperta la chiesa, perché si volevano metter ivi a passare la notte i prigionieri di guerra. 10 dissi che facessero ogni opera per ottenere che ciò non seguisse, dolendomi indicibilmente che la chiesa dovesse essere volta in caserma ed insozzata; oltreché sarebbe stato un gravissimo incomodo per la celebra zione delle messe nel dì seguente. E in caso che non si potesse altra mente, proposi di dar loro piuttosto la Congregazione degli scolari 17. 11 fatto fu che i prigionieri non vennero e la chiesa fu salva. Così ebbe fine quella memorabile giornata. Ma qui per far comprendere quanto alte radici avesse messa in alcuni quella già ricordata speranza che non entrerebbero, aggiungerò un aneddoto appena credibile; ed è, che quella sera stessa dopo tutte le cose già narrate, venne da me verso l'ora di cena un buon padre, e dissemi ch'egli sperava ancora che non entrereb bero, e che erasi risvegliata in lui questa speranza leggendo testé nel Kempis un passo, che lo incuorava a non sconfidare. Io gli dissi: ma già sono dentro, e noi gli abbiamo in casa. E' vero, rispose; ma il grosso dell'esercito sta fuori ancora, e domani è il dì dell'ingresso: se dunque questo non avvenisse, non potrebb' egli dirsi tuttavia che non sono | ||
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La mattina del 21. a buon'ora tornarono a casa quei quattro scolastici, che si erano rifugiati al collegio scozzese, e vi avevano passata la notte. In tutta quella mattina non si ebbe in casa nessuna molestia: gli animi però erano preoccupati parte delle novelle dolorose, che si udivano di fatti atroci avvenuti or qua or la specialmente contro i veri ο i creduti zuavi, parte [sic] aspettazione di ciò che accederebbe nel solenne in gresso delle regie truppe del generale Cadorna, che doveva farsi verso il mezzodì. V'era poi anche sempre l'incertezza della nostra sorte, con giunta con una quasi certezza, che ο in un modo ο in un altro saremmo quanto primo discacciati. Frattanto io era spesse volte chiamato alla por teria dagli ufficiali, che avevano i loro soldati nelle scuole, or per una cosa ed or per un altra; domandavano una stanza dentro la porteria, poi un'altra, poi le scuole superiori, poi la congregazione dell'aula mas sima, poi la prefettura19, poi la stanza, dov'era il palco delle dignità, e così altre cose di mano in mano, non già tutte in quel giorno, ma appoco appoco, finché ebbero ogni cosa, eccetto la Prima Primaria e la Congregazione del Passetto, che furono loro sempre negate. | La mattina del 21. a buon'ora tornarono a casa quei quattro scolastici, che si erano rifugiati al collegio scozzese, e vi avevano passata la notte. In tutta quella mattina non si ebbe in casa nessuna molestia: gli animi però erano preoccupati parte delle novelle dolorose, che si udivano di fatti atroci avvenuti or qua or la specialmente contro i veri ο i creduti zuavi, parte [sic] aspettazione di ciò che accederebbe nel solenne in gresso delle regie truppe del generale Cadorna, che doveva farsi verso il mezzodì. V'era poi anche sempre l'incertezza della nostra sorte, con giunta con una quasi certezza, che ο in un modo ο in un altro saremmo quanto primo discacciati. Frattanto io era spesse volte chiamato alla por teria dagli ufficiali, che avevano i loro soldati nelle scuole, or per una cosa ed or per un altra; domandavano una stanza dentro la porteria, poi un'altra, poi le scuole superiori, poi la congregazione dell'aula mas sima, poi la prefettura19, poi la stanza, dov'era il palco delle dignità, e così altre cose di mano in mano, non già tutte in quel giorno, ma appoco appoco, finché ebbero ogni cosa, eccetto la Prima Primaria e la Congregazione del Passetto, che furono loro sempre negate. |
Revision as of 13:22, 3 January 2025
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AL COLLEGIO ROMANO IL 20 SETTEMBRE 1870: DALLA RELAZIONE DEL P. PIETRO RAGAZZINI S. I. Author(s): GIACOMO MARTINA Source: Archivum Historiae Pontificiae , 1970, Vol. 8 (1970), pp. 332-347 Published by: GBPress- Gregorian Biblical Press
...Carta 3v
Mentre in questa maniera si dava compimento al corso scolastico, cominciava e cresceva di giorno in giorno negli animi di tutti l'aspettazione degli avvenimenti politici. Col cominciamento della guerra i Francesi si erano ritirati da Roma ed avevano abbandonato l'ultimo avanzo dello Stato Pontificio alle voglie del Governo di Firenze: e fu notato che la prima sconfitta de' Francesi cadde nel giorno appunto, in cui la bandiera di Francia fu tolta dalla fortezza di Civitavecchia. Ognuno ve deva che questo abbandono di Roma in tali circostanze era un tradi mento in favore della rivoluzione italiana: e di qui nacque tanto sdegno che le notizie delle vittorie prussiane erano accolte e gustate con una specie di entusiasmo; e la cosa durò in questo modo fino alla battaglia di Sedan e alla prigionia dell'Imperatore Napoleone, dopo la quale gli animi, appagati da quel gran colpo della vendetta, cominciarono a di stinguere con maggior calma la causa della povera Francia da quella del suo imperatore1. Partiti da Roma i Francesi, cominciarono gl'Italiani ad avvicinare le loro truppe ai confini dello Stato Pontificio, spargendo voce, che ciò facevasi per tutelarlo da qualsiasi invasione garibaldina, secondo le promesse fatte dall'Italia alla Francia, promesse che allora si riconoscevano e si affermavano colle massima asseveranza eziandio nelle Camere di Firenze, dove chiaramente si diceva che l'occupazione del territorio pontificio sarebbe una manifesta violazione dei diritti internazionali della Cattolicità 2. Ma queste bugiarde parole di un Governo, a cui da gran tempo nessuno presta più fede, non ingannavano se non coloro, i quali hanno bisogno di creder sempre che non accadrà quel male, che non vorrebbero che accadesse. Costoro si lusingavano un poco e dicevano che sebbene al Governo di Firenze non si potesse dar fede, nondimeno in questo caso esso starebbe alle promesse non per sua buona volontà, ma per timore delle potenze europee.
La rivoluzione però, che manca sempre di senno, voleva venire avanti, ed incapace di ap prezzare le conseguenze, agognava a Roma e trascinava al mal passo il Governo; il quale risolutosi alla fine di appagarla, cominciò a fare sui confini, tali apparecchi di guerra, che la sua intenzione non poteva più restare occulia a nessuno. Cessando adunque la possibilità d'illudersi intorno alle intenzioni del governo fiorentino, cominciò la seconda illusione delle profezie, le quali si moltiplicavano di giorno in giorno e tutte asseveravano che a Roma non verrebbero; e siccome era chiaro che mezzi umani da impedirlo non vi erano, si aspettavano miracoli.
Non è facile a credere quanti non solo del volgo, ma eziandio delle classi più istrui te e più alte, entrassero in questa immaginaria sicurezza, e come chi per un modo e chi per un altro si persuadessero che non poteva avvenire diversamente. Altri si fidava di questa profezia, altri di quella; taluuno diceva di appoggiarsi sopra nessuna in particolare, ma che non po teva negar fede al complesso di tutte insieme; a questo faceva forza il sentimento universale dei buoni, a quello una parola che si riferiva detta dal Papa: uno argomentava che Iddio non fa mai le cose per metà, e però avendo miracolosamente difesa Roma fino allora, la difenderà altresì adesso; un altro diceva che in questo Papa tutto è straordinario, e che non era possibile che non si avesse a celebrare con tutta pompa il suo venticinquesimo anno. Ed erano tali e tanti quelli che così discorre vano, che per chi pensava diversamente era più savio consiglio il tacere che il ragionare in contrario.
Venendo ora alle cose nostre, hn da mezzo agosto io stimai necessario di provvedere il danaro nel caso di una pros sima dispersione, e cercai di formare un debito con ipoteca sopra la tenuta di Mompeo, venuta al Collegio Romano l'anno innanzi per l'eredità Sala3 : e fu ventura che si cominciasse la pratica così presto, perchè altrimenti vi era pericolo di non giungere a tempo. Tre cose menavano l'affare in lungo; primo il bisogno di chiedere ed ottenere la facoltà di creare quel debito, il quale peraltro era affatto inutile, anzi una spesa gittata al vento, a giudizio di tutti quelli che non volevano ammettere l'esistenza del pericolo; e per questo motivo si stimò bene di limitare la cifra del debito a cinquanta mila lire, per non incontrare dei ritardi e delle difficoltà intorno all'approvazione: secondo il tempo necessario a trovare chi volesse ad eque condizioni somministrare quella somma, nel che si ebbe a trattare con varii, e a spendere parecchi giorni: final mente fu d'uopo chiarire le difficoltà insorte intorno alla libertà del fondo, sul quale apparentemente gravavano altre ipoteche fondate generalmente sui beni di casa Sala. L'istrumento fu rogato il dì 13. settembre; sicché oggi appunto, che è il 13. marzo, scade il primo semestre di quel debito ed importa l'interesse di mille dugento cinquanta lire.
Ma tornando ai primi giorni di settembre, quando le truppe italiane non avevano ancora valicato i confini, né si sapeva se li valicherebbero, varie cose si deliberavano in casa. L'una era se fossero da mandare gli scolastici in villa; e quanto a questo fu deciso che sì, perché non sarebbe difficile di richiamarli in caso di pericolo; ed era sempre certo per molti che questo pericolo non doveva venire. Andarono dunque tutti in diversi giorni, i filosofi a Campovecchio, i teologi a Galloro, e i Maestri a Tivoli nel casino del Convitto de' Nobili4 ; ma i primi vi stettero otto giorni, un poco meno i secondi, e non più di due ο tre giorni gli ultimi, richiamati tutti in fretta all'annunzio della cominciata invasione, e giunti quando già si facevano le barricate alle porte di Roma, cioè l'undici e il dodici di settembre. Un'altra cosa, intorno alla quale si era deliberato già più volte, erano le vesti secolari nel caso di una dispersione: e la difficoltà del risolversi stava principalmente nella spesa; perché trattandosi di una comunità di circa cento ottanta persone ognun vede che gli abiti, a ragione di cento lire l'uno, avrebbero portato la spesa di diciotto mila lire, e per quanto si volesse assottigliare, non però mai meno di dodici mila.
Questa spesa sarebbe sembrata un vero scialaquamento a tutti quelli, pei quali il pericolo non esisteva; e probabilmente sarebbe poi stata giudicata allo stesso modo anche da molti altri, se in effetto il bisogno non fosse venuto, perché tutto dì vediamo che dopo gli eventi molti si scordano di quello che dicevano prima, e se ne scordano tanto che dicono l'opposto, e provano che doveva accader ciò che si vede accaduto con un'evidenza che non lascia alcun dubbio. Laonde nelle deliberazioni non si veniva mai ad una risoluzione efficace, anzi si andava sempre temporeggiando. Pure una sera chiamai il Fratel Sartore e gli entrai sopra ciò in discorso, dicendo che era oramai tempo provvedere. Sfortunatamente era anch'egli uno di quelli, che credevano che non entrerebbero per le stesse ragioni per cui lo credevano tanti altri più autorevoli di lui ; laonde tante me ne disse per rassicurarmi, che per quella volta non si fece altro che discorrerne e conchiudere che era bene venirci pensando.
Ma alquanti giorni dopo essendo sopravvenuta non so quale cattiva notizia, io andai alla sartoria, e senza dar più ascolto alle buone notizie, ch'egli voleva contarmi, gl'ingiunsi di metter mano alla provvisione degli abiti subitamente, e così si cominciò a fare qualche cosa. Nei giorni 12. 13. e 14. di settembre fu fatto nella basilica di S. Pietro un divotissimo triduo alla SS. Vergine per implorare la grazia in quei giorni tanto desiderata; e v'intervenne tutti e tre i giorni il Papa e numerosissimo popolo con tanto sentimento di divozione, che molti si lagrimavano di tenerezza, e tutti tornavano a casa pieni di un pio entusiasmo: di qui so che se fosse stato per Io nostro meglio, è da creder che Iddio avrebbe esaudite tante e si fervorose preghiere; ma Egli aveva nella sua provvidenza altri disegni da compiere sopra Roma.
Il fatto sta che alcuni si commossero tanto a quel divoto spettacolo, che essendo rimasti fino allora sospesi fra la speranza e il timore, in quei giorni si piegarono alla parte di quelli, che credevano che non entrerebbero: ed uno di questi fu il nostro p. Provinciale 6. Avvenne circa quei giorni l'arrivo a Roma del Conte Ponza di S. Martino, latore di una lettera del Re al Papa e dell'annunzio della prossima occupazione di Roma. Costui andò anche dal nostro p. Generale 7 pregandolo di far venire a Roma il C. Ponza suo fratello e rettore del convitto di Mondragone per vederlo prima di ripartire: e in quella conversazione disse, che in Roma sarebbero lasciati stare tutti gli ordini religiosi, compresi i gesuiti. La qual cosa può credersi che fosse vera secondo le intenzioni del governo fiorentino, sottintesavi però sempre una doppia limitazione, cioè purché si potesse sottenere [5tc] la furia della rivoluzione, e finché non venisse il tempo opportuno per cacciarli; stante che era loro interesse di serbare ordine e moderazione nella sciocca speranza di ingannare il mondo e di tirare il Pontefice a qualche trattativa di conciliazione. Intanto si erano raccolte in Roma le poche forze pontifìcie sparse nella provincia e ritiratesi di mano in mano che i nemici si venivano avanzando; e tutto l'atrio delle scuole fu domandato e con cesso per alloggio de' soldati. Alcuni padri colsero quell'occasione per far loro del bene e li confessarono quasi tutti. Posciaché le truppe nemiche si furono avvicinate a Roma da varie parti, noi stemmo qui segregati da tutto il mondo parecchi giorni senza nessuna notizia di ciò che avveniva fuori, perché non si avevano più né giornali né lettere; in Roma quei giorni tutto era aspettazione, incertezza, speranza, ordine e preghiera.
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La mattina del dì 20 settembre alle ore cinque in punto, io fui sve gliato dalle cannonate, che allora incominciavano. Verso le sei venne un religioso a chiedere degli aiutanti per l'assistenza ai feriti: vi andarono molti scolastici, alcuni padri, ed alcuni fratelli, fra tutti forse una tren tina; ai quali si aggiunsero altri del noviziato. Dopo questa spedizione io andai a dire la messa nella cappella di S. Rosalia8 ; e tutti quella mattina celebrammo coll'accompagnamento delle cannonate. Durò il can noneggiamento fino alle dieci; nel qual tempo nulla avvenne di notabile. Chi pregava, chi stava in camera, chi andava in giro per casa ricercando notizie ; ma nemmeno il p. Franzelin 9 quella mattina aveva voglia di stu diare. Verso le otto però vidi il Perrone 10, che se ne andava verso la bi blioteca col suo mantello sul braccio e col cappello, in somma in accon cio di uscire di casa. Lo interrogai dove volesse andare; ed egli con molta tranquillità mi rispose, che essendo il martedì, era giorno di esami al Vicariato 11, e perciò si teneva pronto per andarci quando lo venissero a prendere. Ammirai la sua pace e regolarità; e ben sicuro che nessuno lo verrebbe a prendere quella mattina, lasciai che se ne andasse col suo mantello e cappello alla biblioteca ad attendere ivi fra i libri la chiamata. Poco dopo le dieci venne uno a recarmi la notizia che i pontificii avevano alzato la bandiera bianca; e di fatti il cannoneggiare era cessato. A quella nuova il buon p. Antonio Angelini 12, che era presente, impallidì e guar dandomi stupefatto disse: Ma come! non entrano...! Io risposi: Padre mio, purtroppo entrano; e senza più mi mossi per recare la nuova al P. Provinciale. Nel passare davanti alla stanza del p. Ministro13, mi af facciai sulla porta, e vedendo ivi raccolti tre ο quattro insieme attorno al p. Ministro, dissi : I Pontificii hanno alzato la bandiera bianca ; e senza dir altro, andai via maravigliato di vedere che restarono in un certo atto di stupore, che non saprei bene dire quale; e lo intesi solo dopo, quando seppi che stavano allora leggendo una profezia e commentandola tra se conchiudevano appunto allora, che Roma non sarebbe presa.
Lascio stare tutto ciò che appartiene alla storia publica, come fu patteggiata la resa, e come, mentre si patteggiava, una parte dell'esercito italiano ο secondo ο contro i patti entrò nella città, disarmò e fece prigionieri i soldati del Papa, occupò le loro caserme, fece ο lasciò fare dei zuavi e degli altri quello strazio, che le storie racconteranno14. Incominciò per Roma un parapiglia, uno schiamazzo, un baccano che faceva orrore. Non vi era governo, che tenesse in freno la plebaglia, perché l'antico era ces sato e il nuovo non era per anche incominciato. Laonde il popolaccio con armi in mano ο rubate ο trovate ove che sia, e con bandiere tri colori scorrazzava per le vie urlando e festeggiando mattamente, e dando addosso a qualche meschinello che fosse veramente ο si credesse un povero zuavo.
All'uscire del refettorio io fui chiamato ad udire le grida tumultuose che si venivano avvicinando nel corso, e feci porre la stanga alla porta rustica per sostenere, se fosse d'uopo, un primo impeto po polare: del resto non vi era da far altro che commettersi alla provvidenza di Dio. Io non sentii la paura, anzi ebbe sempre buona speranza che il Signore ci camperebbe da quegli orrori, che in tali casi si posson temere; e vidi parimente molti altri, che non ismarrivano [sic] punto: ma v'erano altresì di quelli che temevano, ο a cui quegli urli facevano veramente male. Erano già tornati in collegio parecchi di quelli che la mattina andarono ad assistere i combattenti per aver cura dei feriti, ma parecchi erano fuori ancora, né si sapeva che ne fosse. A poco a poco tornarono tutti, eccetto quattro; dai quali però verso sera ebbi un biglietto, con cui mi avvisavano di essersi riparati al collegio scozzese15 : ed io loro risposi che pregassero il Rettore di poter restare ivi la notte per non esporsi ai pericoli della strada, e così fecero. La mattina seguente poi tornarono a casa di buon'ora e senza molestia.
Uno ο due ore prima dell'avemaria 16 venne un battaglione di bersaglieri ad impadronirsi della caserma che era nell'atrio delle scuole, e a disarmare e far prigioni i pontifìcii, che ivi si erano ritirati e chiusi. V'ebbe in casa qualcuno che s'impaurì credendo che i pontifìcii volessero fare resistenza, e che perciò si verrebbe alla forza, e me ne fece parola perché m'interponessi e credessi di disconsigliarneli ; ma io noi credetti e non feci nulla, e di fatto la cosa andò bene, perché i pontificii aper sero il portone e si diedero prigionieri. Poco appresso fui chiamato alla porteria, dove un ufficiale con un picchetto di soldati mi attendeva. Dmi che voleva visitare le parti più alte della casa, e compresi che ciò era per sospetto di soldati nascosti. Lo condussi alla loggia dei teologi; ma ivi spiegandosi meglio mi fece intendere che voleva vedere quella parte che soprasta al cortile delle scuole, cioè il gabinetto fisico. Vi fu tosto condotto: e così la visita ebbe fine. Una simile perquisizione fu fatta nella casa del Gesù, ma in maniera più disgustosa; perché furono raccolti tutti i padri (eccetto il p. Generale) in un angolo del corridoio, ed ivi guardati finché si andò in giro visitando la casa. Avvenne che il p. Ministro, che non aveva udita la prima chiamata e nulla sapeva di ciò che avveniva in casa allora, uscì fuori della camera senza sospetto; ed ecco che i soldati vedendolo e credendolo forse un soldato travestito gli corsero addosso coll'arme alla mano, con grande paura di quel po vero padre; il quale per altro fattosi conoscere, fu condotto fra gli altri e non ebbe altro male.
Noi al collegio avemmo un altro timore quella sera. Giunse un ordine, non so da chi, che si lasciasse aperta la chiesa, perché si volevano metter ivi a passare la notte i prigionieri di guerra. 10 dissi che facessero ogni opera per ottenere che ciò non seguisse, dolendomi indicibilmente che la chiesa dovesse essere volta in caserma ed insozzata; oltreché sarebbe stato un gravissimo incomodo per la celebra zione delle messe nel dì seguente. E in caso che non si potesse altra mente, proposi di dar loro piuttosto la Congregazione degli scolari 17. 11 fatto fu che i prigionieri non vennero e la chiesa fu salva. Così ebbe fine quella memorabile giornata. Ma qui per far comprendere quanto alte radici avesse messa in alcuni quella già ricordata speranza che non entrerebbero, aggiungerò un aneddoto appena credibile; ed è, che quella sera stessa dopo tutte le cose già narrate, venne da me verso l'ora di cena un buon padre, e dissemi ch'egli sperava ancora che non entrereb bero, e che erasi risvegliata in lui questa speranza leggendo testé nel Kempis un passo, che lo incuorava a non sconfidare. Io gli dissi: ma già sono dentro, e noi gli abbiamo in casa. E' vero, rispose; ma il grosso dell'esercito sta fuori ancora, e domani è il dì dell'ingresso: se dunque questo non avvenisse, non potrebb' egli dirsi tuttavia che non sono entrati? Ecco in che senso io spero ancora. Frattanto venne l'ora della cena; ed io levandomi gli risposi: ebbene, domani vedremo. Non si sa peva se i cittadini sarebbero forzati a porre i lumi alle fenestre18 ; ma si temeva; quindi ad evitare in caso di violenza un nuovo pericolo, io feci mettere in ordine un certo numero di lumi, da adoperare soltanto nel caso, che ciò divenisse necessario ad redimendam vexationem. Questo apparecchio di cui per altro non si fece alcun uso perché il bisogno non venne, dispiacque a qualcuno de' nostri, a cui sembrava ο un atto di viltà, ovvero un'illecita approvazione del fatto; ed io che scrivo una me moria e non un'apologia, noto qui fedelmente l'una et l'altra cosa, lasciandone il giudizio a chi legge; sebbene il mio parere è il medesimo di prima, cioè che così si doveva fare perché da un canto non è illecito nel caso di violenza il poire i lumi e riconoscere che ha la forza chi l'ha di fatto; e dall'altro non si deve esporre una numerosa comunità a pericoli, che non siano strettamente necessari, perché non tutti sono armati del medesimo coraggio, né tutti son vogliosi di eroici sacrifici. E per la stessa ragione io era allora, e sono anche adesso persuaso, che in siffatti rischi si deve con ogni facilità concedere, che si sottraggano dal pericolo tutti quelli, che hanno paura, perché il coraggio non si può né infondere né comandare, e molti in una stretta paurosa possono di leggieri patire ο nella sanità ο nell'animo tale scossa da divenire ο di corpo e di mente inabile ad ogni cosa per sempre. Anzi io lodo quelli, che vincono anche in ciò ogni umano rispetto, e dicono candidamente al superiore: io ho paura; come all'incontro biasimo quelli, che rendono più difficile una tal confessione col burlarla.
La mattina del 21. a buon'ora tornarono a casa quei quattro scolastici, che si erano rifugiati al collegio scozzese, e vi avevano passata la notte. In tutta quella mattina non si ebbe in casa nessuna molestia: gli animi però erano preoccupati parte delle novelle dolorose, che si udivano di fatti atroci avvenuti or qua or la specialmente contro i veri ο i creduti zuavi, parte [sic] aspettazione di ciò che accederebbe nel solenne in gresso delle regie truppe del generale Cadorna, che doveva farsi verso il mezzodì. V'era poi anche sempre l'incertezza della nostra sorte, con giunta con una quasi certezza, che ο in un modo ο in un altro saremmo quanto primo discacciati. Frattanto io era spesse volte chiamato alla por teria dagli ufficiali, che avevano i loro soldati nelle scuole, or per una cosa ed or per un altra; domandavano una stanza dentro la porteria, poi un'altra, poi le scuole superiori, poi la congregazione dell'aula mas sima, poi la prefettura19, poi la stanza, dov'era il palco delle dignità, e così altre cose di mano in mano, non già tutte in quel giorno, ma appoco appoco, finché ebbero ogni cosa, eccetto la Prima Primaria e la Congregazione del Passetto, che furono loro sempre negate.
Ma tornando al giorno 21. settembre, una delle cose, che cagionavano maggiore disturbo a molti, erano quegli urlacci tumultuosi che si facevano dalla gentaglia per le strade, e poiché in quel dì erano da aspettarne assai per l'ingresso delle truppe, io andai a pranzare cogli scolastici alla prima tavola, e poi dopo la visita li radunai a ricreazione comune tutti insieme teologi, sofì e maestri nella sala, dove sogliono farla i padri, acciocché fossero più lontani dai clamori, e trovandosi in maggior numero meno vi atten dessero. Infatti così avvenne, e qualcuno mi disse poscia, che in quella mescolanza e nell'allegria di quella ricreazione comune aveva scosso il timore, e si era riavuto. Non mi ricordo di alcuna particolarità notabile avvenuta in quel giorno: solamente toccherò qui di una frivola dimostra zione fatta contro di noi, non saprei dire in che giorno. Una sera sull'ora della cena, ossia circa le otto, un pugno di gentaglia si radunò con fiac cole accese davanti alla porteria rustica; stettero ivi fermi e taciturni un certo tempo, e poi spensero e se ne andarono. Chi la spiegava in un modo, chi in un altro; a me fu detto il dì appresso, che era stata una mostra di esequie a noi celebrate. Ma checché fosse, il certo è che fu una pura mostra, e che non ebbe nulla di minaccevole né di clamoroso. Quello che v'ebbe di più terribile in quei giorni non fu ciò che avvenne, ma ciò che poteva avvenire e che si aspettava: e molti più patiscono nella lenta aspettazione del male, che nel male medesimo. Vero è altresì che il meglio di questo domestico racconto è perduto, perché io non mi ri cordo più, né posso qui riferire quei vari aneddoti, che ogni giorno ac cadevano, e che raccontati e messi insieme formavano una varietà mi rabile di piccole avventure; come di un tale, che mi fece chiamare di cendo di aver cose da dirmi in gran secreto, e di fatti mi disse, che si era trovato in un luogo, dove si era concertato di fare una perquisizione in tutta la casa del collegio romano per sospetto ο di zuavi nascosti, ovvero di armi; ed altre siffatti cose: e di un altro che dandosi per una persona assai riguardevole e dicendo di avere in quel tramestio perduto il baule, chiedeva con grande insistenza un prestito; al quale io feci con le parole tutti gli onori convenienti al suo illustre casato, ma nul la più.
Dopo l'ingresso delle truppe, tutto il pensiero fu volto a sollecitare la partenza degli scolastici. Intorno alla quale è da notare, che il P. Provinciale già fin del mese di agosto aveva scritto fuori a diversi provinciali di Francia per sentire se nel caso di una cacciata potrebbero ricevere gli scolastici di questa provincia, e ne aveva avuto favorevoli e cortesissimi risposte: imperocché nessuno allora prevedeva il turbine delle sciagure, che era per piombare sulla Francia. Ma come si vide l'andamento della querra, fu d'uopo rivolger l'animo altrove, e pensare all'Austria, alla Germania, e all'Inghilterra. Fu scritto e convenuto, sempre però con molta speranza che il bisogno non verrebbe. Quando poi il territorio pontificio fu invaso, allora oltre al ritegno della speranza che sempre durava, e alla difficoltà degli abiti che non erano preparati, si aggiunse la difficoltà del passaggio che era pericoloso da tutte le parti, massima mente per quelli che potevano essere sospetti di sottrarsi alla leva; anzi non andò guari, che sarebbe stato al tutto impossibile. Ma passato il trambusto dell'entrata, parve che quello fosse il momento opportuno; e quindi non si pensò più ad altro che ad accelerare. Il P. Provinciale si adoperò in questa spedizione con un'attività meravigliosa, ed ebbe poi la consolazione di vederla in pochi giorni compiuta felicemente. Ecco l'ordine che si tenne. Partivano a drappelletti di sei ο di otto alla volta, tre drappelletti ogni giorno, uno la mattina di buon'ora, l'altro verso mezzodì, il terzo la sera verso due ore di notte, or per Firenze ed or per Ancona, secondo treni e partenze. Il P. Provinciale ed io ogni mat tina ci univamo insieme per formare questi picchetti di partenza pel dì seguente, ne quali oltre gli scolastici ed i maestri del collegio romano ο di altri collegi qui radunati entravano ancora i rettorici ed i novizi di S. Andrea20. Dipoi il P. Provinciale spesse volte andava al Noviziato per avviare quelli che dovevano partire il dì appresso, e darloro le istruzioni necessarie; ed io qui frattanto me l'intendevo col sarto, affinché allestisse i panni a quelli che erano destinati a partire, che se i destinati non potevano averli a tempo debito, si sostituiva qualche altro in vece loro. I primi partirono la sera del 23. e gli altri ne' giorni seguenti in modo, che dentro la novena degli Angeli Custodi21 furono tutti in viaggio, e tutti altresì col favor di Dio giunsero salvi al lor destino. Di qui andavano a Brixen, dov'erano accolti dal p. Salis Rettore del Convitto Fognani22 trasportato colà da Padova: quindi si rimettavano in cammino secondo la destinazione che avevano, i Teologi per l'Inghilterra, i Filosofi per la Prussia, i Rettorici per Eppan 23 e i Novizi restavano a Brixen. I Teologi delle due Province Napolitana e Veneta, e della nostra quei, che studiavano il corso breve, andarono ad Innsbruck. Dapprima i filosofi del primo anno erano stati destinati al Belgio; ma dipoi furono anch'essi ricevuti cogli altri a Maria-Laach2i. Da per tutto furono accolti con dimostrazioni di squisitissima carità, e con grandi sacrifici da parte degli ospiti, che dovevano grandemente ristringersi per dar luogo a tanti forestieri. Alquanto dopo la partenza degli scolastici partirono anche i padri, che dovevano fare la terza probazione: e questi andarono a S. Andrà in Austria