Monumenta: nuove declinazioni

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Ormai quarant’anni fa, in un articolo pubblicato nella Enciclopedia Einaudi, Jacques Le Goff (1924-2014) argomentava la sostanziale coincidenza tra documento e monumento.[1] Dopo aver ricostruito la storia e l'evoluzione dei due termini, lo storico francese concludeva dicendo che

Il documento è monumento. È il risultato dello sforzo compiuto dalle società storiche per imporre al futuro - volenti o nolenti - quella data immagine di se stesse. Al limite, non esiste un documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico di non fare l’ingenuo. I medievalisti che hanno lavorato tanto per costruire una critica - sempre utile, certo - del falso devono superare questa problematica perché qualsiasi documento è nello stesso tempo vero - compresi, e forse soprattutto, quelli falsi - e falso, perché un monumento è in primo luogo un travestimento, un’apparenza ingannevole, un montaggio. Bisogna anzitutto smontare, demolire quel montaggio, destrutturare quella costruzione e analizzare le condizioni in cui sono stati prodotti quei documenti-monumenti.[2]

Illustration from Joseph-François Lafitau's Moeurs des sauvages (1724).

All’epoca della pubblicazione del primo volume dei Monumenta Historica Societatis Iesu, uscito a Madrid nel 1894, non era probabilmente ancora possibile compiere un'osservazione di questo tipo, frutto di una riflessione generata da alcune concezioni storiografiche maturate successivamente - si pensi ad esempio alla mutata considerazione del documento inaugurata dalla scuola delle Annales. Nella scia della storiografia positivista, per i gesuiti incaricati di scrivere la storia istituzionale, era dunque del tutto scontato intitolare una raccolta di fonti Monumenta, con implicito ma non sempre ovvio riferimento alla prima raccolta di questo genere, i Monumenta Germaniae Historica pubblicati a partire dal 1826. Il dubbio dei gesuiti coinvolti nell'iniziativa si appuntò più sull'uso del termine historica al posto di historiae: l'utilizzo del secondo avrebbe infatti dato l'impressione che i monumenti pubblicati sarebbero stati utili solo per la storia della Compagnia di Gesù. Invece, dopo che il padre generale Luis Martín (1846-1906) giudicò opportuna la diffusione dei Monumenta anche al di fuori dell'ordine, historica sembrò essere più appropriato, giacché "los documentos, si bien todos o la mayor parte serán de la Compañia, podrán servir también para otra suerte de historias, como la eclesiástica y la profana".[3]

I Monumenta dovevano dunque servire come sostegno per la scrittura della storia e, nella visione specifica dei padri gesuiti, per la scrittura della storia della Compagnia di Gesù. Paradossalmente, più le fonti messe a disposizione nei Monumenta aumentavano, più sembrava allontanarsi l'obiettivo primario. Fra i pochi tentativi di scrivere la storia della Compagnia contemporanei o di poco successivi alla pubblicazione dei Monumenta, possiamo ricordare quelli di Pietro Tacchi Venturi (1861-1956)[4] e Mario Scaduto[5], i quali con i loro volumi usciti nell'arco di diversi decenni riuscirono a coprire solo i primi trent'anni di esistenza dell'ordine, fino al 1572, ristretti tra l'altro alle sole vicende italiane. Seppur con stile e metodo assai diversi, Tacchi Venturi e Scaduto fecero un uso limitato dell'enorme massa documentaria messa a disposizione dai Monumenta e soprattutto il lavoro del secondo veniva piuttosto qualificato dal reperimento di numerosi altri documenti inediti conservati negli archivi della Compagnia. La pubblicazione di una delle più ampie raccolte di documenti edite nel corso del XX secolo, intrapresa per servire alla scrittura della storia generale dell'Ordine e dunque in qualche modo per costruirne l'identità, sortì l'effetto opposto: nessuno si accinse a tale impresa - forse impossibile data la mole di documenti che si andava accumulando - e sempre di più si assisterà a un uso parziale e frammentario dei Monumenta. La scrittura della storia generale della Compagnia subì dunque l'ennesimo naufragio dopo i vari tentativi che si susseguirono nel corso dei secoli, a partire dal più antico di Nicola Orlandini (1554-1606) fino a giungere a quello più recente di Giulio Cesare Cordara (1704-1785).

L'impresa dei Monumenta iniziò dunque a rivelare i propri limiti ad alcuni dei gesuiti maggiormente coinvolti nella loro organizzazione. In occasione del cinquantenario dell'uscita del primo volume, Dionisio Fernández Zapico (1877-1948) e Pedro de Leturia (1891-1955) osservarono le criticità del progetto originario[6]. L'auspicio di Martín era che i monumentalisti fossero solo "editores, no comentadores de los documentos",[7]. Secondo la concezione del padre generale una riproduzione dei documenti caratterizzata da "rigurosa exactitud y minuciosa corrección"[8] era garanzia di verità e poteva illuminare la storia della Compagnia. Questa operazione fu giudicata dalla rivista gesuita America come una "pitiless light" puntata sulla storia dell'ordine.[9] Zapico e Leturia evidenziarono anche le difficoltà tecniche che implicava l'edizione critica dei documenti, nella quale era spesso impossibile mantenere l'imparzialità auspicata da Martín. Ammettevano inoltre la scarsa conoscenza dei Monumenta fuori dalla Compagnia, stante anche la mancanza di un indice sistematico che ne illustrasse nel dettaglio i contenuti e facesse da guida al lettore. Infine i due gesuiti dovettero riconoscere che l'intento di duplicare quanto era presente negli archivi, sebbene fosse conseguenza del desiderio di far conoscere universalmente la storia dell'ordine, non per forza significava fare luce nell'oscurità che caratterizza intrinsecamente la documentazione archivistica. L'idea dell'equivalenza tra verità e documento si rendeva più problematica.
L'aumento continuo dell'informazione, percepito già dai redattori della Historia Societatis dell'antica Compagnia, fu ancora più evidente nell'ambito della Compagnia restaurata e incrementò la difficoltà a realizzare la necessaria selezione implicita in ogni operazione storiografica.

Riproporre oggi il termine Monumenta per identificare la pubblicazione di una nuova serie di documenti potrebbe apparire anacronistico. Diverso è infatti il contesto di riferimento del sistema storiografico di questi Monumenta. L'uso di un milieu tecnologico come quello adottato in GATE comporta una differente concezione del documento rispetto ai 'vecchi' Monumenta; la possibilità per il lettore di consultare la riproduzione digitale dei documenti - oltre alla loro trascrizione - tende infatti a porre il problema dell'edizione critica sotto una luce diversa. I metodi dell'ecdotica, che presuppone l'assenza del documento, dovranno essere ripensati. Come ogni tekné la proposta di GATE deve fare i conti con un pharmakón, che obbliga a una costante attenzione per eliminare per quanto possibile i suoi aspetti "tossici" e consolidare quelli "medicinali". Differente è anche la concezione della creazione dei saperi su cui si fonda GATE, la quale nasce dalla convinzione che i saperi si costituiscano in rete e presuppongano un ambiente di collaborazione e di discussione ove possano generarsi, possibilità preclusa ad esempio nell'officina dei primi monumentalisti.

Inserirsi nella tradizione dei Monumenta non significa condividere la stessa visione della storia e del documento da loro proposta. L'inserimento in una tradizione suppone infatti sempre un'istanza critica che porti alla sua evoluzione. L'obiettivo fondamentale di GATE è realizzare un'analisi critica dei documenti/monumenti, come intesi da Le Goff, e dunque anche del sistema sociale che li ha prodotti.[10]

References

  1. Enciclopedia, Torino, Einaudi, 1977-1984, vol. 5 (1978), pp. 38-48. Questo articolo venne pubblicato direttamente in italiano e successivamente fu raccolto assieme ad altri scritti di Le Goff nel volume Storia e memoria, Torino, Einaudi, 1982, tradotto pochi anni dopo in francese col titolo di Histoire et mémoire, Paris, Gallimard, 1988. A partire dalla versione francese, nel 1992 ne venne pubblicata una inglese (Memory and history, New York, Columbia University Press), dove non è però presente questo breve saggio.
  2. Ivi, p. 46.
  3. Così in Cecilio Gómez Rodeles, Historia de la publicacion "Monumenta historica Societatis Iesu". Recuerdo del primer centenario del Restablecimento de la misma Compañia. 1814-1914, Madrid, Imprenta del asilo de huérfanos del S. C. de Jesús, 1913, p. 18. Il p. Rodeles fu il principale animatore del progetto dei Monumenta assieme José María Vélez.
  4. Storia della Compagnia di Gesù in Italia, 1: La vita religiosa in Italia durante la prima eta della Compagnia di Gesu con appendice di documenti inediti, Roma, Tip. E. Voghera, 1910; 2.1: Dalla nascita del fondatore alla solenne approvazione dell'ordine: 1491-1540, Roma, La Civiltà cattolica, 1922; 2.2: Dalla solenne approvazione dell'ordine alla morte del fondatore : 1540-1556, Roma, La Civiltà cattolica, 1951
  5. Storia della Compagnia di Gesù in Italia, 3: L'epoca di Giacomo Lainez, 1556-1565: il governo, Roma, Civiltà cattolica, 1964; 4: L'epoca di Giacomo Lainez, 1556-1565: l'azione, Roma, La Civiltà cattolica, 1974; 5: L'opera di Francesco Borgia, 1565-1572, Roma, La Civiltà cattolica, 1992
  6. Daniel Fernández Zapico, Pedro de Leturia, Cincuentenario de Monumenta Historica S.I. (1894-1944), Archivum Historicum Societatis Iesu 13 (1944), pp. 1-61.
  7. Ivi, p. 19.
  8. Ivi, p. 18.
  9. America, vol. X, n° 16 (24/01/1914), pp. 378-9.
  10. La versione inglese di questo articolo è disponibile a questo link.